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RICCARDO LICATA. Una vita d'artista

Spazio Eventi Mondadori, Venezia 16 novembre 2009 // Galleria Flaviostocco, Castelfranco Veneto (TV) 12 dicembre 2009 // Spazio Eventi Ferrarin Arte, Legnago (VR) 23 gennaio 2010 // Spazio Eventi Artefiera, Bologna 30 gennaio 2010 // Museo Civico, Feltre 13 marzo 2010 // Studio d'Arte Padova, 29 maggio 2010

In questo volume, che è la trascrizione in forma discorsiva di una serie di colloqui intercorsi con il critico Michele Beraldo, Riccardo Licata (Torino, 1929) ripercorre le tappe più significative della sua vita: il compimento degli studi a Venezia, le frequentazioni e le amicizie con artisti coetanei, la scoperta e l’utilizzo di tecniche eterogenee quali il vetro, il mosaico e l’incisione, il fondamentale incontro con Gino Severini e il successivo trasferimento a Parigi per insegnare all’École nationale supérieure des beaux-arts.
Di questi e di altri aspetti della vita e del percorso artistico di Riccardo Licata il libro costituisce una testimonianza preziosa, non solo in considerazione della sua opera, che ha trovato posto nella temperie della migliore arte italiana di questi ultimi sessant’anni, ma anche per ciò che direttamente emana dal pensiero del suo autore, dal suo carattere, dal suo modo di intendere la progettualità artistica e da quella peculiare visione del valore morale e insieme spirituale che egli attribuisce alla propria vocazione.

Skira pubblica un interessante volume monografico su Riccardo Licata: Una vita d'artista, a cura di Michele Beraldo.
Un libro, che si legge tutto d'un fiato e si guarda con trasporto. Si guarda perché all'interno sono pubblicate una cinquantina di tavole del maestro, che ripercorrono la sua ampia e variegata produzione. Troviamo, infatti, opere degli anni cinquanta, quando il maestro, nato a Torino nel 1929, ha esordito nel 1951 a Venezia con una mostra alla Bevilacqua la Masa, fino ai giorni nostri. Una raccolta gradevole poiché mette in luce non solo il raffinarsi dei suoi segni e il consolidarsi della composizione come l'affermazione del suo personale ed individuale linguaggio espressivo. Sono anche messe in luce le diverse tecniche che ha usato – rimpiangendo più volte, nello scorrere del testo, la mancanza alla Biennale delle esposizioni che riguardano l'arte applicata – come il mosaico, il vetro, la scultura.
Ma a parer mio, ancor più significativa è la narrazione che Licata dona alla stampa del suo percorso artistico. Abbiamo di fronte ad un uomo – anche nel senso più ampio del termine – che narra la sua esperienza attraverso la quotidianità della sua vita. Viene così evidenziando un senso di ringraziamento per ciò che il mondo dell'arte gli ha riservato. Uomo schivo, almeno da quello che la prosa di Michele Beraldo lascia trasparire, ma non disattento al ciò che accade nel mondo dell'arte sia italiano che in quello veneziano, lasciando però all'esperienza parigina anche la descrizione malinconica di un nomade dell'arte, sempre disposto ad adattarsi alle situazione e rendersi disponibile nel difendere e valorizzare le esperienze artistiche che, a diverse fasi, lo coinvolgono.
Una narrazione in forma di autobiografia che descrive i vari mondi artistici, dalla vivacità veneziana degli anni cinquanta e sessanta, delle Biennali in cui trovava lo spunto per approfondire la sua ricerca pittorica, alle lezioni parigine dove aveva imparato l'incisione a colori e la sua scuola di mosaico che seppe divulgare oltralpe, mescolando le sue esperienze acquisite dalla tradizione ravennate e da quella veneziana.
Nella scorrevole narrazione viene ricostruita la vita in quella Parigi degli anni settanta dove più di un centinaio erano gli artisti italiani che avevano scelto di maturare la propria arte in un contesto internazionalista, ma soprattutto il suo intenso rapporto con Severini che non solo gli fu maestro e predecessore nella cattedra, ma anche l'uomo che seppe dare a Licata gli insegnamenti necessari per stare con prestigio, ma anche con umiltà in un mondo alquanto complesso e fortemente competitivo come lo è quello dell'arte. Il lettore attento non troverà grandi disquisizioni sui linguaggi dell'arte o sulle filosofie artistiche ma sincere letture del proprio essere artista, come del resto lui stesso ricorda: "Questi incontri e questi contatti, sul finire degli anni cinquanta, hanno contribuito all'evoluzione della mia pittura verso un surrealismo astratto e magico, diverso da quello ufficiale, letterario ed estetizzante. Il contenuto, il sentimento e il simbolo venivano tradotti in segno e scrittura, in una forma innovata, evoluta, lacerata e drammatica". È solamente un assaggio, ma sufficiente per stimolarci a conoscere e comprendere il lungo e profondo lavoro artistico del maestro dai "tre cognomi".

DIego Collovini, in Arte Contemporanea, gennaio-febbraio 2010